Diffida dei tuttologi del trading

A breve dovrò acquistare una lavastoviglie e nei giorni scorsi volevo cercare informazioni per cominciare a farmi una idea di cosa possa avere senso acquistare e perché.

Lo so che ti aspettavi che ti parlassi di opzioni, e invece eccomi qui a parlare di lavastoviglie… Ma tutto ha un senso, continua a leggere e lo scoprirai!

Ho scoperto che negli ultimi anni il parco dei produttori di elettrodomestici è cresciuto in maniera considerevole. Tra tutte, c’è una marca strana, mai sentita prima (almeno da me), Beko, che ha prezzi molto concorrenziali.

Certo che l’idea di prendere una bella lavastoviglie, che in apparenza fa quello che fanno tutte le altre, spendendo la metà o quasi… È una bella tentazione…

Ma da diverso tempo ormai, qualsiasi prodotto io acquisti, vado sempre a cercare la marca su cui ritengo di poter riporre maggiormente la mia fiducia, a prescindere dal prezzo.

Cioè, il prezzo per me non è una leva sufficiente. Non perché io navighi nell’oro e possa quindi permettermi di spendere e spandere senza preoccuparmi troppo. Semmai il contrario. E poi in una famiglia le decisioni vanno prese insieme, non posso partire e decidere arbitrariamente cosa comprare: devo prima parlarne col capo!

Il fatto è che mi sono ormai formato la convinzione che il prezzo, in molti casi, anche se non in tutti, sia espressione di vero valore.

Sono andato allora su internet a indagare quale azienda abbia sostanzialmente “inventato” le lavastoviglie.

L’idea di lavastoviglie appartiene ad una ricca casalinga statunitense, tal Josephine Cochrane, che nel 1887 era solita organizzare grandi cene per amici e conoscenti. In realtà non era lei a cucinare, ma la sua servitù, la stessa che poi sistematicamente scheggiava le porcellane in fase di lavaggio. E pare che fu proprio la servitù a suggerire alla signora Cochrane che sarebbe stato interessante e utile poter disporre di uno strumento di lavaggio automatico delle stoviglie.

Da lì in poi vennero creati vari prototipi del prodotto e costituite aziende di scarso successo, finché, alla morte della signora Cochrane il concetto del prodotto non finì tra le grinfie della Whirlpool.

Ed ecco qui l’azienda che ha sicuramente più esperienza di tutte, più fallimenti alle spalle, più idee scartate, più ore spese in progettazione, più know how di tutte le altre. La mia prossima lavastoviglie, quindi, sarà una Whirlpool, senza alcun dubbio. Anche se da 20 anni mi trovo bene con il prodotto di un’altra marca.

L’esperienza ha un valore. Non è questione di prezzo o di caratteristiche nominali. È questione di competenze sul campo, di autorità sulla materia, di credibilità. Di affidabilità dei prodotti, in una parola. Perché alla fine quello in più che spendi all’acquisto lo recuperi nel tempo in termini di consumi, efficienza dello strumento, manutenzione, minori guasti.

Whirlpool. Ecco la mia prossima scelta.

No, non ricevo royalties dalla Whirlpool, nel caso te lo stessi chiedendo.

Piccola nota curiosa, a margine di quanto sopra: in un castello della zona nord-orientale della Scozia anni fa ho potuto ammirare una sorta di rudimentale macchina per lavare i coltelli (ho anche una foto da qualche parte, ma stampata, perché allora le digitali non le avevano ancora inventate…). Risaliva al diciottesimo secolo, se non ricordo male, quindi a molto prima dell’idea della Cochrane… Ma questa è un’altra storia!

Bene, torniamo a noi.

Dicevo che l’esperienza e l’autorità di chi scegli come fornitore sono le parole chiave per non sbagliare un acquisto. Due concetti su cui i marketer moderni insistono molto quando formano quegli imprenditori che desiderano ricavarsi uno spazio sul rispettivo mercato.

Ebbene, da studi più o meno recenti è emerso che ci vogliono ben diecimila ore per diventare davvero esperti di qualcosa.

Sai quanto sono diecimila ore? Se ne consideri 8 al giorno per 250 giorni l’anno sono 5 anni esatti.

Ce ne vogliono circa il doppio per diventare davvero esperti nell’applicazione pratica di alcune tecniche particolarmente difficili, come la neuro-chirurgia, ad esempio.

Sarà forse questo il motivo per cui nessun neuro-chirurgo di chiara fama è diventato tale leggendo un pdf scaricato da Google? Ai posteri l’ardua sentenza…

Ma sembra che i concetti di specializzazione, di esperienza, di competenza, siano molto poco significativi per molti.

Per dirne una (poi la smetto, perché sto divagando, lo so), scuoto il capo quando vedo in giro per la strada quei furgoni con su scritte del tipo “Mario Rossi, installazione e manutenzione caldaie, climatizzatori, impianti fotovoltaici, pompe di calore, impianti termici, geotermici, caldaie a pellet e turbine eoliche”. Oppure “Luca Bianchi: imbiancature, svuotamento cantine e solai, lavori edili, giardinaggio, disinfestazioni, derattizzazioni”.

E che cavolo, ma in quale di tutte quelle cose siete davvero specializzati ed esperti? Su tutto non è fisicamente possibile, quindi il pensiero più ovvio è che sappiate fare un po’ di questo e un po’ di quello, perché così cercate di accontentare più clienti possibili, ma senza mai fare un lavoro davvero perfetto in nessuno di quegli ambiti.

Perché dovrei affidarmi a voi?

No, signori. Se voglio una caldaia a pellet che funzioni bene, con una manutenzione impeccabile, un servizio clienti sempre pronto ed efficace, chiamo una azienda che abbia fatto delle caldaie a pellet il suo core business. Perché chi vive di sole caldaie a pellet è sicuramente più attento, esperto e affidabile di voi. Se voglio far imbiancare la mia casa chiamo chi fa solo l’imbianchino. E da più tempo possibile.

E lo stesso farò se voglio installare un climatizzatore, se voglio una caldaia tradizionale, un impianto fotovoltaico o qualsiasi altra cosa.

L’esperienza vale.

La specializzazione, soprattutto, vale.

E vale come non mai nei grandi mestieri manuali, in tutte quelle branche dell’artigianato nelle quali decenni di esperienza fanno una enorme differenza.

Provo molto più rispetto per un vecchio idraulico con 40 anni di esperienza, capace di capire al volo (parlo per esperienza!) l’origine di un problema che diversi altri idraulici giovani e inesperti non sono stati capaci di individuare nemmeno con sofisticati strumenti diagnostici, che per un tuttologo che nella stessa giornata mi vuole imbiancare la casa, svuotare la cantina, revisionare la caldaia e montarmi un impianto fotovoltaico sul tetto.

Non si può essere esperti di tutto. E non ci si può dichiarare esperti di tutto pur di cercare di accontentare tutti.

E questo ci porta ai mercati finanziari, oggi talmente vasti da richiedere più che mai una specializzazione, se si vuole sopravvivere.

La guerra per guadagnare qualcosa sui mercati è sempre più cruenta. Ogni giorno dobbiamo competere con banche, compagnie di assicurazioni, istituti previdenziali, fondi di investimento, algoritmi high frequency, intelligenze artificiali, perfino banche centrali.

Il trading non è mai stato così accessibile come oggi. E perché, secondo te? Semplice: perché tutti gli squali di cui sopra da qualcuno i soldi li devono prendere… E il luogo più facile da cui prelevare soldi sistematicamente sono le tasche degli investitori fai da te, improvvisati e stolti.

Specializzarsi, quindi, è l’unica strada. Diventare davvero esperti in qualcosa, in una tecnica specifica. Una. Non quaranta tecniche.

Devi scegliere un mercato in cui specializzarti, uno strumento che conosci molto bene, una tecnica che hai messo a punto con oltre diecimila ore di lavoro e di applicazione pratica.

Ecco allora che quel trader che sai essere un esperto di un certo tipo di mercati, di un certo tipo di strategie, di un certo tipo di approccio ai grafici, deve presentarsi a te parlando solo di quello.

Il noto esperto di Forex che ti si para davanti e comincia a parlarti di tecniche infallibili sulle opzioni non è credibile.

L’esperto di obbligazioni che ti offre il corso per diventare un trader di successo sulle azioni non è credibile.

E perfino l’opzionista che ti offre 50 strategie tutte efficaci non è credibile.

Oppure l’opzionista che dopo anni di eventi, webinar, fiere, articoli su riviste diventa improvvisamente un esperto di Forex.

Tutti esperti di tutto.

Come se raggiungere competenze elevate in ogni branca di qualsiasi professione tecnica non richiedesse tempo, fatica, fallimenti, sudore, critiche, cadute e ripartenze.

In quattro e quattr’otto da esperti di questo a super-esperti di quello.

Dalle azioni alle obbligazioni, ai fondi, al forex, ai metalli preziosi, ai cereali, alle opzioni, ai futures, alle cripto-valute.

E il dubbio, giustamente, ti assale: ma se eri così bravo nelle obbligazioni perché ti sei dovuto spostare un po’ alla volta su tutto il resto?

Ma ci sono i computer, obietterai. I sistemi, gli algoritmi, le reti neurali, il data mining…

Con i computer il processo di apprendimento si è accorciato moltissimo.

Anche io sono un trader sistematico, quindi non sarò certo io a dirti che non devi usare i computer per testare e ottimizzare le tue strategie. E ci mancherebbe solo questo.

Ma attenzione. I backtest velocizzano il processo di apprendimento, vero, ma dire che tanto fa tutto il computer, quindi prendo i risultati e parto e ho risolto il problema…

Falso. Sbagliato. Anzi, sbagliatissimo.

Soprattutto nel campo delle opzioni e delle strategie sistematiche in opzioni.

I backtest non colgono mai tutte le sfaccettature del trading reale.

Soprattutto sulle opzioni, con tutti i limiti delle chain, degli errori nei dati, degli ordini a prezzi fuori mercato nelle prime e nelle ultime fasi della giornata, dei book spesso vuoti, degli spread marcati.

Diecimila ore su una sola tecnica specifica sono la chiave. La sperimentazione sul campo, l’analisi di persona delle chain in ogni singola operazione, l’esperienza per capire quando fidarsi dei dati e quando guardarli con occhio ipercritico.

Guardare solo ai risultati dei backtester automatici non permette di capire la struttura profonda delle proprie strategie, quanto esse possano effettivamente adattarsi ai mercati di applicazione.

Considerare prezzi baricentrici bid-ask come fanno tanti backtester è sbagliato e pericoloso, ma lo è anche considerare il terzo inferiore del range se il book non è affidabile, se magari in denaro c’è un market maker e in lettera un trader con pochi pezzi, o viceversa… Ma solo l’occhio umano esperto vede queste cose, analizzando tutte le operazioni, una alla volta.

Non includere i costi nelle operazioni, come capita con molte strategie rifilate al pubblico in tante newsletter a pagamento, è fuorviante e falsa i risultati attesi in modo colpevole.

I risultati a volte possono essere manovrati anche in modo subdolo, con piccoli trucchetti invisibili. Ad esempio, facendo la media delle operazioni minori o uguali a zero invece delle sole minori di zero per il computo di quelle perdenti. Quell’apparentemente banale e innocuo”uguale a zero” infilato nell’average loss può ridurre in modo marcato l’average loss stesso, senza che nessuno possa rendersene conto.

E così puoi far sembrare meno rischiosa una strategia che in realtà ha un average win su average loss ben diverso da quello che racconti.

Quante volte quello che vedi non è quello che realmente è…?

Mi è tornato in mente quando, ormai una quindicina di anni fa, mi accorsi che il calcolo dell’oscillatore ADX all’interno della piattaforma di punta di uno dei primari broker italiani era sbagliato.

Segnalai il problema, indicando loro anche dove sbagliavano e come correggere, confermarono l’errore… E NON lo corressero!

“Perché tanto te ne potevi accorgere solo tu”, fu la motivazione.

Lo so che suona incredibile, ma è la pura, drammatica, verità.

Conoscere intimamente le proprie strategie è l’unica via per potersi fidare davvero dei sistemi che si mettono a mercato.

L’esperienza, ancora una volta. Non solo backtest, ma anche applicazioni sul campo. Per anni.

Nel mio workshop operativo sulla strategia di vendita sistematica di put su azioni americane c’è proprio questo: l’esperienza sul campo di venti anni sui mercati, l’umiltà di non credere mai di essere arrivati ad un punto finale e la consapevolezza di avere sempre qualcosa da imparare per migliorarsi, l’efficacia di backtest condotti operazione per operazione, con un controllo meticoloso delle condizioni di mercato per non rischiare di falsare i risultati, l’inclusione di tutte le spese operative, sempre; il computo onesto di tutte le metriche di strategia.

E soprattutto la condivisione del metodo con gli utenti, che in dodici mesi di affiancamento operativo arrivano a padroneggiare l’operatività al punto da poter poi proseguire in autonomia.

A monte di tutto, un percorso formativo di base accessibile a chiunque, perché il mio workshop non è per tutti: è solo per chi ha voglia di imparare e di diventare davvero esperto in qualcosa.

Se vuoi un opzionista, rivolgiti ad un opzionista vero.

I tuttologi possono proseguire per la loro strada.

Domenico Dall’Olio