Il merito nell’Università italiana

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Trovo difficile parlare di me stesso senza correre il rischio di apparire presuntuoso. Essere molto fieri di ciò che si fa e di come lo si fa a volte dà una idea sbagliata di se stessi agli occhi degli altri.

Negli ultimi sei anni ho insegnato in due corsi a Ca’ Foscari come contrattista, cioè come ultima ruota del carro. Un lavoro molto poco considerato e assolutamente sotto-pagato, soprattutto per chi, come me, lo affronta con una enorme passione e un impegno profondo per dare il meglio a prescindere. E in effetti a essere sinceri per me è motivo di orgoglio fare le cose bene, al di là del loro ritorno economico.

Insegnare è per me una passione che è nata all’improvviso, e che mai mi sarei aspettato di sperimentare. Avessi avuto il minimo sentore di quanto mi sarebbe piaciuto farlo – e di quanto positivo sarebbe stato il riscontro da parte delle platee dei miei uditori – avrei intrapreso la carriera accademica subito dopo la laurea. Ma a dire il vero non sono mai stato uno studente modello e forse pensavo che per poter essere grandi professori bisognasse essere stati grandi studenti. Sbagliato. Negli ultimi diciannove anni mi sono dedicato allo studio dei mercati finanziari e da quando sono entrato prima come docente in ambiti post-accademici e solo alcuni anni più tardi nel mondo accademico ho capito subito che potevo fare la differenza portando nelle aule dei miei corsi la mia esperienza pratica e la mia passione sconfinata per il mio lavoro, al di là dei contenuti teorici che ormai sono ad un clic di distanza per tutti ovunque essi si trovino.

Penso conosciate tutti il motto “chi sa fa, chi non sa insegna”. Un motto che trasuda ignoranza perché presuppone che insegnare sia per tutti, che sia facile. Ma la verità è che c’è una differenza enorme tra l’andare in aula a recitare un compitino che chiunque potrebbe leggersi da solo su internet e l’andare in aula a coinvolgere 50-100 studenti nel proprio lavoro quotidiano, instillando in loro la passione per la materia, spingendoli a volerne sapere di più, a chiederti, dopo il corso, cosa devono fare per andare avanti. Perché hai fatto capire loro che in ciò che fai può esserci il loro futuro, quel lavoro che per loro forse rappresenterà quella stessa passione che rappresenta per te oggi.

Negli anni ho imparato a studiare le reazioni involontarie dei miei studenti di fronte alle mie lezioni, capendo al volo quando le mie spiegazioni erano poco chiare, ossia dove dovevo migliorare. Ho speso settimane a creare presentazioni il più possibile chiare e incisive, apportando poi piccoli miglioramenti progressivi dopo ogni corso, sempre più alla ricerca dell’eccellenza.

Il mio impegno con i miei studenti è di essere sempre presente per loro quando hanno bisogno di me. Abito a Bologna e insegno a Venezia. Non posso prendere un treno ogni volta che uno studente deve farmi una domanda e quindi do la mia totale disponibilità attraverso le tecnologie: rispondo alle mail prontamente 7 giorni su 7 e se occorre attivo una chiamata su skype e discutiamo di tutto ciò che deve essere chiarito. Sono sempre presente sui social, pronto a rispondere tempestivamente a eventuali domande nei gruppi di Facebook che ho creato per i miei corsi.

Il giorno degli esami chiedo agli studenti di fermarsi dopo l’esame stesso per qualche ora: andranno tutti a casa con il voto il giorno stesso. Se ci saranno dubbi li risolveremo insieme subito.

Penso che questi siano alcuni dei motivi per cui fin dal primo anno ho riscosso un grandissimo successo, non perché lo dico io, ma perché lo dicono i questionari valutativi degli studenti a fine corso. Non per niente da sei anni a fronte di una soddisfazione media degli studenti intorno a 3.1 (su un massimo di 4) per l’insegnamento ricevuto durante l’intero corso di laurea le mie valutazioni sono sempre oscillate tra 3.6 e 3.8, su entrambi i corsi che tengo. E considerando che uno dei miei due corsi è in lingua inglese e viene frequentato da studenti che spaziano dal Brasile al Vietnam, mi sento di dire che il riconoscimento per la qualità del mio lavoro travalica ampiamente i confini nazionali.

Vi sembro presuntuoso? No, credetemi. Sono solo molto, molto orgoglioso di me stesso. Perché mi sento di dare prestigio non solo a me ma anche a tutta l’istituzione che rappresento: l’università italiana. Una università che sta diventando sempre più selettiva in materia di competenze delle persone, e questo, almeno da un certo punto di vista, è un fatto positivo. Penso infatti che le future generazioni avranno docenti universitari molto più competenti nelle rispettive materie di quelli che posso avere avuto io (con le dovute eccezioni, certo, alcuni dei miei professori li ricordo ancora con grandissima stima).

Ma ciò che l’università ancora non fa è distinguere tra docenti competenti e docenti capaci di trasmettere in modo efficace le loro competenze. È la linea molto poco sottile che separa coloro che dovrebbero fare docenza da coloro che dovrebbero fare ricerca. L’università che sogno, quella che magari aprirebbe le porte anche a me, oggi saldamente chiuse contro la mia faccia. Peccato, non solo per me.